Timbro della voce, parte seconda: in pratica
ARTICOLO
Il timbro della voce è un potente strumento che ogni professionista attore, doppiatore e speaker deve saper gestire. Per farlo, è indispensabile riuscire a controllare il diaframma. Ecco alcuni semplici esercizi.
Articolo realizzato da Ermanna Mandelli
Abbiamo visto le alterne fortune dello strumento tecnico per eccellenza dell’arte grande attoriale italiana. Strumento che resta ancora oggi fondante nel bagaglio tecnico dell’attore: il timbro vocale.
Timbrare significa aggiungere all’eloquio una cassa di risonanza capace di dare spessore tanto al recitato piccolo, finanche soffiato, quanto di spingere il parlato alla distanza voluta, fino all’ultima poltrona della più estesa platea. Questo effetto tecnico mette per così dire il parlato in cattedrale, con quegli echi e risonanze che gli affabulatori ottocenteschi usavano per incantare gli astanti e che oggi non smette di affascinare, dando alla recitazione un quid oltre l’interpretazione, qualcosa che vive da sé e attrae al di là del testo e dell’abilità di coinvolgimento dell’attore.
Timbro, dunque.
Ma come si ottiene? Orbene: occorre sapere controllare l’ormai famigerato diaframma.
Intanto va detto che, lo controlliate o no, il diaframma lavora per conto suo da sempre. Lui è lì e fa il suo lavoro da quando siete nati. Lì dove? Non è questa la sede per una disquisizione anatomica che troverete con maggior profitto in qualsiasi enciclopedia medica. Qui troverete una breve scheda meramente ‘pratica’ per spiegare all’aspirante attore dov’è, cosa fa e come controllare il suo diaframma, con l’aggiunta di un pugno di esercizi essenziali. Semplice, pratico, veloce.
● Dov’è.
Mettetevi una mano sulla bocca dello stomaco e fate un colpo di tosse. Sentito? Ora ripetete e cercate di sentire cosa accade con più attenzione. La parete si distende e poi, insieme all’emissione del colpo di tosse, si contrae. Due piccioni con una fava: avete sentito dov’è il diaframma e come si deve muovere.
Estendere e contrarre. Ricordate: una contrazione piccola e nervosa, proprio come quella che avete fatto tossendo. Per l’attore non serve oltre. Ma mi spiegherò meglio poi.
Intanto questo ci fa comprendere che noi usiamo evidenti contrazioni diaframmatiche in modo naturale ed istintivo. In tre casi certi: tosse, riso e pianto. Vi fa male la pancia dal ridere? È il vostro diaframma che si è ripetutamente contratto. Volete fare una prova divertente? Partite con un colpo di tosse e proseguite le contrazioni ridendo, con tutte le vocali (a,e,i,o,u) e infine simulando un pianto dirotto. Malissimo che va, la sera che arrivate in teatro sfiniti dalle asperità della vita e vi tocca di ridere in parte, usate con discrezione la risata tecnica a partire dal colpo di tosse. Analogamente se il vostro amore si è dichiarato a voi proprio quel pomeriggio e la sera avete il ruolo di Assunta Spina: un bel pianto tecnico. Discretamente celato.
Dunque abbiamo cominciato a sentire dov’è e come si muove il nostro diaframma. Ora però dobbiamo uscire dalle strettoie del movimento istintivo e riuscire a dominarlo, a controllare a nostro piacimento tanto l’estensione della parete addominale, quanto la sua contrazione.
A questo proposito va detto subito che il Trombonismo così ben codificato da Dario Fo, consiste per l’appunto nell’esagerare questa contrazione a sproposito, timbrando eccessivamente ogni frase, ogni sostantivo e aggettivo, sì, ma anche ogni articolo indeterminato, congiunzione e parola di servizio. L’uso smodato del timbro, enfatizzando anche i più insulsi intercalari, e con un volume sproporzionato all’uditorio, alla sua distanza, o, peggio, a quella dell’attore col quale stiamo dialogando, rende stucchevole questo prezioso strumento, e capace di distruggere tutte quelle sottigliezze interpretative che sono l’intelligenza dell’arte attoriale.
Scrive Fo: “L’importante è proprio imparare a proiettare la voce, a scandirla e a masticare le parole in modo che risultino il più intelligibili possibile. L’organo sul quale bisogna spingere per ottenere una buona sonorità è l’addome. Bisogna tendere il plesso come un tamburo, fare esercizi in questo senso. Recitare di petto o di addome evita innanzitutto che si sgrani la voce. (…) E non si creda che per esprimere grande potenza vocale sia necessario produrre una fuoriuscita esorbitante di fiato. Questo è un errore marchiano dei dilettanti: la sonorità è determinata soprattutto dalla pressione che si esercita sull’addome. È la spinta che determina la potenza, non la quantità di fiato emessa. E’ lei, la spinta, che produce una proiezione efficace della voce.”
Nella prossima scheda ci occuperemo precisamente di questa spinta, ovvero al controllo della parete diaframmatica e del suo movimento razionale e volontario, al di là delle contrazioni istintive di tosse, riso e pianto. Vi aspetto ne: “Il timbro, parte terza” dove troverete 4-esercizi-4 per diventare cintura nera di Timbro.
Nell’attesa esercitatevi a sentire il vostro diaframma che si muove e contrare. Testatelo mentre cacciate un urlo per chiamare un taxi: sentite? Si contrae! Ma mica siamo solo noi: guardate un cane mentre abbaia. Ogni volta che il suono esce, il diaframma si contrae. Pensate a un soffietto da camino, a quello per gonfiare il materassino in spiaggia, a una pompa: ogni volta che si va in pressione, l’aria esce. E finora abbiamo detto ‘aria’. Ma di fatto è quella che utilizziamo per dare suono alla voce. Quindi potremmo tranquillamente sostituire ‘aria’ con voce, suono, parola. Latrato. Perché anche gli attori cani timbrano. E in questo possono essere molto bravi. Giacché il timbro non è garanzia di bravura, ma la sua assenza è uno strumento in meno per rendere merito al merito.






