"Radiofreccia": il racconto di una generazione
ARTICOLO
La rubrica “Cinema FM” di Prisca Civitenga, questa volta resta in Italia per parlare di un film di culto del 1998: “Radiofreccia”, diretto da Luciano Ligabue. Ci voleva un musicista per raccontare sul grande schermo, per la prima volta nel nostro paese, il mondo delle radio libere degli anni Settanta.
Articolo realizzato da Prisca Civitenga
Se pensiamo ad un film italiano che parla di radio, il primo titolo che ci viene in mente è sicuramente “Radiofreccia”, esordio alla regia del rocker Luciano Ligabue, uscito nel 1998. In questo film, per la prima volta in Italia, viene descritto il mondo delle radio libere degli anni Settanta e quello che hanno rappresentato, soprattutto nei piccoli centri: un punto di riferimento, una voglia di riscatto e di libertà, una speranza per il futuro ancora tutto da scrivere. Luciano Ligabue, sceneggiatore insieme ad Antonio Leotti, si è ispirato ai racconti del suo libro Fuori e dentro il borgo, un film molto personale dunque, girato nel suo paese natale Correggio. A produrre Domenico Procacci che ha sposato un'idea originale, dal grande potenziale, con un cast di azzeccatissimi giovani attori tra i quali spicca, brillante e promettente, Stefano Accorsi, ma che comprende anche Francesco Guccini e Serena Grandi.
Scommessa vinta, Radiofreccia ha fatto incetta di premi: 3 David di Donatello, 2 Nastri d'Argento, 4 Ciak d'Oro e nel 2006 è stato proiettato perfino al MoMa, il museo d'arte moderna di New York. Si potrebbe dire che il film inizia dalla fine, dall'ultima trasmissione di Radiofreccia, che chiude nel 1993, un minuto prima di compiere 18 anni, come annuncia il fondatore e dj Bruno, interpretato da Luciano Federico. Tra gli ascoltatori c'è chi chiede come è nato il nome Radiofreccia e allora Bruno si perde tra i ricordi e inizia il suo racconto. L'emittente si chiamava Radio Raptus, cambiò nome dopo la morte per overdose di un grande amico di Bruno, uno i fondatori della radio, Ivan Benassi, detto Freccia per una voglia di quella forma sulla tempia destra. Anche qui Bruno parte dalla fine, dal tragico epilogo e dal funerale di Freccia con la banda che suona Can't help falling in love, il brano con cui Elvis Presley chiudeva i suoi concerti. Poi torna indietro al 1975 per farci rivivere insieme a lui quei giorni di gioventù.
Ci presenta gli amici della comitiva: Ivan detto Freccia, Stefano Accorsi, il leader, simpatico, onesto, spaccone, operaio che ha perso il padre e che ha un rapporto complicato con la madre e con il suo nuovo odioso compagno; Iena, Alessio Modica, timido, gentile ed introverso; Boris, Roberto Zibetti, cinico ed egoista, sempre pronto a criticare con malignità e Tito, Enrico Salimbeni, il capellone tormentato con una difficilissima storia familiare. Tra tutti l'unico che studia e che infonde saggezza ed ottimismo è Bruno. Dagli scherzi al baretto alle serate in discoteca, dai problemi a lavoro al tunnel della droga, dalle spacconate ai disastri familiari e poi l'amore e le delusioni, seguiamo le vicende dei cinque amici e dei personaggi che girano intorno. Su tutto il sogno di fondare una radio libera, con pochi soldi, rubacchiando materiali qua e là. Radio Raptus nasce nella soffitta di Bruno con un trasmettitore da 5 watt, un mixer, due giradischi, un registratore, un microfono e una manciata di vinili. Se per isolare la stanza si sarebbero dovuti usare i cartoni delle uova, non era certo un problema, l'importante era avere uno strumento per esprimersi, comunicare e condividere le proprie passioni, senza restrizioni, senza censura. Era questo lo spirito della radio secondo Bruno e i suoi amici. La musica è parte integrante del film, non resta sullo sfondo, ha un valore narrativo, troviamo brani di Lynyrd Skynyrd, Lou Reed, Iggy Pop, David Bowie, Roxy Music oltre alle canzoni di Ligabue Ho perso le parole, Metti in circolo il tuo amore e Siamo in onda.
E poi c'è Francesco Guccini, il titolare del bar Laika, punto di riferimento del paese, un barista sornione, acuto, comunista quanto basta, burbero e dalla risposta sempre pronta. La radio in questo film racconta una generazione, con le sue speranze e le sue disillusioni. Il microfono dà voce al disagio interiore, alle fragilità, alle passioni, davanti al microfono ci si mette a nudo. Così riesce a fare Freccia che, uscito di prigione dopo una deriva di furti dovuti al giro di droga, racconta senza filtri il suo rapporto con l'eroina. Memorabile resta il suo primo monologo che viene ripetuto come omaggio anche alla fine del film, le parole schiette di un ragazzo che cerca di gestire il vuoto interiore. Il film è diventato un cult e oggi Radiofreccia è un'emittente vera e propria che, però, a parte il nome scelto con il benestare di Luciano Ligabue, con quella pellicola ha poco a che fare. E' la rock radio del gruppo RTL 102.5, fondata nel 2016 sulla scia dei ricordi di quel periodo e lo slogan è “liberi come noi”. Di libertà, a dire il vero, ce n'è poca, a partire dal fatto che la scaletta musicale è scelta dagli algoritmi di un computer e non è modificabile. Io parlerei di business, la libertà, lo sappiamo, si trova altrove.
Articolo a cura di Prisca Civitenga






