“Il discorso del re”: la radio parla alla nazione
ARTICOLO
Questa puntata di Cinema FM vi porta a scoprire gli anni d'oro della radio, gli anni Venti e Trenta. Prisca Civitenga ci parla del film “Il discorso del re”, di Tom Hooper, vincitore di 4 premi Oscar, compreso quello come miglior attore al protagonista Colin Firth. Un re in lotta con il microfono, è il britannico Giorgio VI che, con l'aiuto di un eccentrico logopedista, riuscì a superare la balbuzie e a tenere un accorato discorso alla nazione annunciando l'ingresso del Regno Unito nella Seconda Guerra Mondiale.
Articolo realizzato da Prisca Civitenga
Con “Il discorso del re”, film del 2010 diretto da Tom Hooper, veniamo catapultati nella Gran Bretagna degli anni Venti e Trenta, all'epoca in cui un nuova e avveniristica invenzione tecnologica, la radio, iniziava a rivoluzionare il mondo della comunicazione e non solo. Per la prima volta la voce dei potenti poteva arrivare all'altro capo del mondo, elemento fondamentale per l'Impero coloniale britannico, la musica e le parole si insinuavano direttamente nelle case dei ricchi benestanti, così come nei locali, nelle piazze e nei luoghi di aggregazione di chi non poteva permettersi una “music box”. Musica e intrattenimento, sì, ma soprattutto in quel periodo nasceva la “voce radiofonica”, una voce così potente che catturò subito l'attenzione dei grandi dittatori e la radio divenne presto efficace e imprescindibile mezzo di propaganda, usato e abusato da Hitler, Stalin e Mussolini, insieme al nascente cinematografo, più spettacolare, certo, ma meno pervasivo e capillare della radio.
In questo contesto storico è ambientato Il discorso del re, docu-drama vincitore di numerosi premi, tra i quali 4 Oscar nel 2011: Miglior film, Miglior regia a Tom Hooper, Miglior attore protagonista Colin Firth e Miglior sceneggiatura originale a David Seidler. E' la storia vera di come il principe Albert, duca di York e futuro Re Giorgio VI, riuscì a superare i suoi gravi problemi di balbuzie e a pronunciare in diretta radio a tutto il mondo il memorabile discorso che annunciò la dichiarazione di guerra alla Germania e il conseguente ingresso del Regno Unito nella Seconda Guerra Mondiale. E' anche la storia della grande amicizia tra due uomini molto diversi accomunati, però, da una certa sensibilità, re Giorgio VI appunto, “Bertie” per i familiari, e il logopedista Lionel Logue, interpretato da un grande Geoffrey Rush, un attore australiano di scarsa fortuna divenuto terapeuta sul campo, curando i soldati della Prima Guerra Mondiale affetti da impedimenti linguistici causati da shock. L'approccio di Logue è decisamente anticonvenzionale, il logopedista, schietto, sfrontato e sarcastico, si mette sullo stesso piano del duca di York, lo aiuta con esercizi vocali e fisici, ma soprattutto con un approccio psicologico, volto ad infondere fiducia nel principe e ad aiutarlo a superare i blocchi emotivi derivanti da un'infanzia infelice, da una rigida educazione, da un padre autoritario e dalla competizione con il fratello, il principe di Galles, interpretato da Guy Pierce, bello, spigliato e spavaldo, che l'ha sempre deriso e zittito. Dopo qualche inevitabile scontro Logue riuscirà a superare le diffidenze di Albert e a renderlo più sicuro nell'accettare il ruolo di re Giorgio VI, all'abdicazione del fratello, divenuto nel frattempo re Edoardo VIII, che scelse di sposare una donna americana già divorziata due volte. C'è anche la storia d'amore tra il re e sua moglie lady Bowes-Lyon, interpretata da Helena Bonham Carter, la madre di Margaret ed Elizabeth, l'attuale regina in carica. Una donna devota al marito, che lo ama e resta sempre al suo fianco, facendo di tutto per aiutarlo, è lei a trovare l'eccentrico logopedista e a spingere lo scettico marito ad incontrarl.
Poi c'è lui, il microfono, il vero antagonista del film. La pellicola si apre sulle note di un pianoforte con in primo piano un grande microfono ad asta piazzato tra le gradinate dello stadio di Wembley. Maestoso con la sua forma ovoidale circondato da una corona, una specie di occhio con intorno un'aureola che ispira subito sacralità. E' il 1925, il duca di York è chiamato a tenere il discorso di chiusura della British Empire Exhibition, la più grande esposizione allestita finora al mondo, il discorso sarà trasmesso alla radio e arriverà a tutta la nazione. La luce rossa che lampeggia tre volte annunciando la diretta per Albert è come un fucile puntato alla testa, il microfono è il nemico e lui soccombe tra silenzi imbarazzati, balbettii e parole mozzate. Il microfono antagonista torna spesso nel film, più piccolo, appoggiato ad eleganti tavoli di palazzo, oppure nello studio sgangherato di Logue, di nuovo enorme, appeso ad un filo negli studi della BBC oppure in una stanza di Buckingham Palace. In ogni caso è un oggetto sacro, che incute timore e meraviglia. Interessante nel film è la ricostruzione storica che ci presenta vari tipi di microfoni e di apparecchi radiofonici e che ci ricorda i rituali fatti prima di “andare in voce”. Davanti al microfono ci si presentava in giacca e cravatta, si facevano gargarismi, inalazioni per la gola, esercizi di respirazione e specifici vocalizzi. Il film ricostruisce anche gli esercizi fisici, alcuni dei quali ancora in uso, che i dottori e Logue propongono al sovrano, come parlare con le biglie in bocca per sciogliere la mascella, oggi usiamo più semplicemente un evidenziatore tra le labbra, oppure parlare con la musica in cuffia, rafforzare gli addominali e il diaframma, usare scioglilingua, ma anche parolacce e turpiloqui che al re servono per incanalare la rabbia e superare i blocchi.
Dialoghi e attori sono i punti di forza del film, magistrale l'interpretazione molto fisica di Colin Firth, che ha lavorato sul linguaggio, sui silenzi, sulle incertezze, sugli scatti di rabbia. In Italia il compito di restituire quel lavoro vocale è toccato a Luca Biagini, mentre Francesco Vairano ha doppiato Lionel Logue, Laura Romano la moglie del re, Danilo de Girolamo il fratello Edoardo VIII, e Francesco Pannofino Winston Churchill.
“Il discorso del re” è un film su un uomo che cerca la propria voce e allo stesso tempo la voce di un popolo intero. “La nazione crede che quando parlo, parlo per lei, ma io non so parlare!” confessa il duca di York al logopedista. La scena madre del film si svolge nell'abbazia di Westminster durante le prove dell'incoronazione. Il futuro re e il suo terapeuta hanno un alterco, al termine del quale il sovrano riesce a prendere consapevolezza di sé. “Ascoltatemi! Ascoltatemi!” , grida il monarca, “perché dovrei sprecare il mio tempo ad ascoltarvi?”, risponde Logue, “perché ho diritto di essere sentito, io ho una voce!” e il terapeuta non può che assentire: “sì, è così”.
Mi sembra un valido insegnamento per chi vuole parlare al microfono, per farlo bisogna prima trovare la propria voce interiore, il resto viene da sé.
Articolo a cura di Prisca Civitenga






