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“Talk Radio”: il lato oscuro dell'America e dei media

VOCI IN VETRINA

ARTICOLO

Nella nuova puntata di “Cinema FM”, Prisca Civitenga chiama in causa il regista tre volte premio Oscar Oliver Stone e l'attore e scrittore Eric Bogosian. Sotto i riflettori il film “Talk Radio” del 1988.

Articolo realizzato da Prisca Civitenga



Nella nuova puntata di “Cinema FM”, la rubrica che racconta come la radio è vista dalla settima arte, Prisca Civitenga chiama in causa il regista tre volte premio Oscar Oliver Stone e l'attore e scrittore Eric Bogosian. Sotto i riflettori il film ““Talk Radio”” del 1988, un dramma dal ritmo incalzante che, ispirandosi ad un fatto di cronaca, mostra il lato cupo e controverso degli Stati Uniti e lo spietato cinismo dei mass media. ““Talk Radio””, diretto da Oliver Stone e uscito nel 1988 è un dramma duro, estremamente cinico e nichilista, è uno dei miei film preferiti sulla radio e, secondo me, ma detta di molti in realtà, non ha ricevuto i giusti riconoscimenti che meritava, solo un Orso d'argento a Berlino per l'interpretazione del protagonista Eric Bogosian.

E' stato penalizzato anche al botteghino, forse perché è una pellicola diversa da quelle spettacolari a cui Stone aveva abituato il pubblico, senza grandi effetti visivi, basata sui dialoghi e quasi tutta girata in uno studio radiofonico. Allo stesso tempo, come aveva già fatto in Platoon e in Wall Street, anche in “Talk Radio” il regista riesce a mettere a nudo le contraddizioni del popolo americano e della società occidentale tutta, l'ipocrisia e il marcio di un sistema di vita che ognuno di noi ha interiorizzato. Il film è ispirato alla storia vera dell'avvocato e dj Alan Berg, raccontata da Stephen Singular nel libro Talked to Death: the Life and Murder of Alan Berg e portata a teatro dallo stesso Bogosian in un monologo al vetriolo.

L'attore, che ha scritto la sceneggiatura insieme ad Oliver Stone, interpreta Barry Champlain, conduttore tanto odioso quanto talentuoso della trasmissione a microfoni aperti Voci nella notte, una sorta di confessionale via etere in cui gli ascoltatori, per lo più sbandati, tossici, mitomani e razzisti, rovesciano rabbia, frustrazione, ansia e volgarità, incitati, insultati e perfino abusati dallo stesso conduttore. Eric Bogosian fa un lavoro eccezionale donando tutto se stesso a Champlain, un personaggio difficile da digerire, ex commesso di un negozio d'abbigliamento divenuto dj per un colpo di fortuna, arrivista, egocentrico, narcisista, aggressivo, cinico e sprezzante. Lo conosciamo seguendo due binari: quello della trasmissione radiofonica e quello del rapporto con le donne della sua vita.

Voci nella notte sta per fare il grande salto, sarà acquistato da un grande network, passando dal locale al nazionale, Champlain è entusiasta, ma non sopporta le ingerenze del suo capo, un Alec Baldwin in gran forma, e i giudizi del delegato del network, interpretato da John Pankow, che potrebbe far saltare l'accordo. Per quanto riguarda il rapporto con le donne poi, Champlain sembra riuscire solo ad usarle per i propri comodi, così ha fatto e continua a fare con l'ex moglie Ellen, Ellen Green, e con la giovane amante Laura, programmista della trasmissione, Leslie Hope. La schiettezza e l'antipatia del conduttore, che tanto rendono popolare lo show, gli portano anche tanti nemici e, in quanto ebreo “di potere”, diventa bersaglio di un gruppo di neonazisti che ripetutamente lo minacciano di morte, minacce da non sottovalutare, ma che Champlain minimizza e al microfono risponde così: “beh che posso rispondere a un paranoico che vuole impiccare tutti? Che il giorno in cui io sarò impiccato, magari difenderò lo stronzo che mi ha impiccato.



Diretta radio, radio libera, che non è affatto libera, infatti è come una specie di roulette russa, una merce dispendiosa, non si sa mai cosa può spuntare quando spingi il bottone”. La voce italiana di Champlain è di Roberto Chevalier, un doppiaggio davvero da lodare che restituisce tutte le sfumature della recitazione di Bogosian, non per niente all'epoca vinse il Nastro d'Argento per il miglior doppiaggio. Da citare anche le altre ineccepibili voci italiane: Francesco Pannofino, Luca Ward, Emanuela Rossi, Micaela Esdra, Marco Mete, Marco Guadagno e Giorgio Lopez. Per chi, come me, ha assaggiato la radio di quel periodo, questo film è un nostalgico tuffo al cuore. La pellicola inizia e finisce con le immagini aeree dei grattacieli illuminati di Dallas, in sottofondo la radio, con brani dei notiziari e soprattutto con gli ascoltatori che intervengono in diretta, poi si arriva all'ultimo piano di un palazzo, negli studi della KGAB.

Qui la macchina da presa si sofferma sui dettagli dello studio e ritroviamo le grandi bobine che girano, la lampada on air che diventa rossa, gli ampi tavoli con i bordi di legno sagomati per sedie e microfoni, i vecchi mixer con i grandi bottoni e i cursori, i primi nastri digitali e i monitor della regia che oggi sembrano archeologia industriale. Oliver Stone è un maestro nel rappresentare lo studio radiofonico, a tratti claustrofobico e a tratti esageratamente ampio e in movimento, come a sottolineare che la voce, una volta uscita dal microfono, si espande per tutta la città e oltre. Il lato più interessante del film a mio avviso, oltre alla denuncia del vuoto di valori e dell'odio strisciante che permea la società americana, è il discorso sui cinici meccanismi dei media, improntati solo alla ricerca del profitto. Un argomento già trattato innumerevoli volte in diverse sedi e sui cui è difficile aggiungere qualcosa, ma è stimolante il modo in cui Oliver Stone lo racconta.

C'è sicuramente il contrasto tra l'artista e i manager, ma soprattutto c'è lo svelare la menzogna che si cela dietro Voci nella notte, una trasmissione che vuole dare partecipazione, che apre liberamente i microfoni alle persone per dire la loro, per farle sentire finalmente protagoniste e artefici di un possibile cambiamento. In realtà lo show andrà sul nazionale solo se farà soldi e Champlain, in cui scorgiamo anche una vena empatica e uno sforzo di entrare in connessione con gli ascoltatori, in realtà usa il pubblico a suo piacimento in masochistico gioco al massacro reciproco. Una menzogna svelata in diretta dallo stesso conduttore nel toccante monologo conclusivo: “io sono un ipocrita, chiedo sincerità e poi mento, io condanno il sistema e poi lo abbraccio. Anch'io voglio denaro, potere, prestigio e forti indici d'ascolto. E non me ne frega un cavolo della gente o del mondo, ecco la verità.

Dovrei dire che mi dispiace, ma non lo farò, perché dovrei? Ma voi chi diavolo vi credete di essere? Siete solo audience! Voi mi assalite come un branco di lupi affamati perché non sopportate la vostra realtà e il vostro modo di essere!” Alla fine del monologo accade qualcosa di impensabile: il conduttore dalla parlantina inarrestabile prende un “buco”, resta in silenzio sul bianco. “Talk Radio” è un film che non lascia indifferenti, tante riflessioni affollano la testa dello spettatore. Io ho pensato all'uso manipolatorio dei media, ad alcuni programmi radiofonici di quel tipo, alle aberrazioni di certa “tv verità” e “tv del dolore” e soprattutto all'hating online. Oggi l'odio e la manipolazione crescono nel web, dove gli utenti, protetti da schermo e nickname, si lanciano in insulti e violenze verbali, senza freni inibitori, senza remore, perché non sentono alcuna responsabilità nei confronti dell'ambiente in cui agiscono. Come dice profeticamente Champlain nel film: “le meraviglie della tecnica sono a nostra disposizione, ma invece che usarle per salire più in alto, le useremo per scendere sempre più in basso e cercare di immergerci ancora di più nel fango”. Era il 1988.

Articolo a cura di Prisca Civitenga
 

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